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Negli States, ormai, si parla sempre più frequentemente di Palcohol e del suo lancio sul mercato. L’azienda produttrice dichiara che il debutto avverrà in tempo utile per la stagione estiva.

Ma, esattamente, di cosa si stratta? Semplice, alcolici solubili. Ma facciamo un passo indietro…

Forse ricorderete gli svariati servizi di Striscia La Notizia o Le Iene in cui venivano denunciati, palesi, casi di agropirateria nel settore vinicolo, cioè lo spaccio e il plagio di famosi vini italiani, venduti sotto forma di wine kit per la produzione autonoma del vino. Il kit era composto da un sacchetto di polvere, ricavata da scarti di uva, che andava diluita in acqua per ottenere così uno Chardonnay, un Primitivo, un Chianti o un Prosecco.

Per quanto riguarda il Palcohol (Powdered Alcohol), la procedura è la medesima. Ci sono varie bustine con diversi “gusti” e dopo averle diluite in acqua sono usufruibili come se fossero normalissimi cocktail (ndr di dubbia qualità).

Ora, le perplessità sono tante, soprattutto legate all’utilizzo di questa sostanza granulosa. Quanto sarà più facile vendere alcolici ai minori? Quanto dannosa è l’assunzione senza diluizione? Quali sono i danni dovuti ad abuso e non corretto utilizzo? L’azienda, sul proprio sito, si difende dall’accusa di vendita di prodotto altamente dannoso, con una sequela di prediche sul buon senso e su come sia colpa dell’usufruente se il Palcohol venisse assunto in modo errato. Ora, premettendo che nessuna autorità ha esplicitamente e fermamente confermato le proprietà gustative, mediche, culinarie e addirittura manifatturiere del Palcohol, alcuni stati degli USA hanno già dichiarato illegale la vendita a causa della poca informazione e della troppo facile reperibilità/trasportabilità delle piccole bustine per vie legali e non.

In conclusione, l’affare Palcohol, lo si può valutare da due diverse inquadrature. Dal lato economico/finanziario è una trovata geniale per azzerare i costi, talvolta esagerati, del mercato degli alcolici da bar/discoteche/locali. Ma d’altro canto, ne vale proprio la pena assumere sostanze non garantite da tutti gli enti del settore? Ne vale la pena, per un cocktail fai-da-te, immettere sul mercato un altro pretesto per alimentare l’alcolismo adolescenziale e, perchè no, trovarne un secondo uso? A voi la parola…

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