Il Codice della Bellezza è una constatazione del tempo che passa, una documentazione del processo di maturità artistica e umana di Samuel, in questo contesto non più “cantante dei Subsonica”, ma l’evoluzione naturale di un ragazzo ormai uomo che deve fare i conti con il passare del tempo e gli amori che lo accompagnano. Transizione raccontata da un’insieme di emozioni con una prevalenza di immagini cupe e malinconiche, tra amarezza e testardaggine, dove la parola rassegnazione è tuttavia bandita.

Processo che si evince in brani quali “Rabbia” che oscilla tra maturità e frivolezza,  “Qualcosa“, tra i brani più cupi e amari dell’album e “Vedrai” portata inspiegabilmente a San Remo dove ha ottenuto un meritato decimo posto e il cui ritmo è sì catchy, ma monotono e “mononota” al limite del fastidioso.

Con “Dea” troviamo il brano dalle sonorità più coinvolgenti che riempono l’atmosfera sì cupa ma catchy, nella descrizione di un amore non corrisposto e idealizzato. Un brano forte e amaro, in cui tutti si possono facilmente riconoscere, in quell’amore un po’ malato e al limite dell’ossessione. Proprio in questo pezzo si riconosce le parole di un adulto, ma il sentimento di un ragazzo: l’incapacità di andare avanti, ossessionandosi in una situazione che non va da nessuna parte. Contrasto che ritroviamo anche in “Passaggio ad un’amica“, dichiarazione d’amore ad una donna amica.
“Dea” rimane tra le migliori dell’album insieme a “La risposta” e “Il treno” in cui troviamo il vero Samuel senza contaminazioni.

Piacevole, orecchiabile e forse l’unica riuscita della collaborazione con Jovanotti, “Voleva un’anima“.
Tra i brani peggiori dell’album troviamo insieme a “Vedrai” “Più di tutto” cantilenante e fastidiosa come la già detta “Vedrai” e “La luna piena“, decisamente il peggiore.


14 brani compressi in 46 minuti. album in cui non si sente la mancanza dei Subsonica perché è un lavoro prettamente personale e non adatto a parlare per più di una persona. Per questo lascia perplessi il contributo di Lorenzo Jovanotti che “altera” il flusso dell’album con ingredienti polici come ne “La statua della mia libertà” e ballad sterili come “La luna piena” totalmente fuori contesto rispetto al lavoro di Samuel e storicamente in antitesi con la sua storia musicale, che smorza il ritmo dell’album, come un’inchiodata in prossimità delle auto in coda dopo una lungo viaggio a 130 per procedere a velocità di crociera. Una ballad tipicamente jovanottiana la cui boriosità e l’inutilità è andata ad infrangersi con sonorità da ninna nanna, andando a creare un pastrucchio inascoltabile.

Complessivamente “Il Codice della Bellezza” porta a casa un risultato più che apprezzabile e innovativo. l’album è costellato da sfumature elettroniche internazionali, che trova una certa continuità con il lavoro dei Subsonica per sonorità – la mano inconfondibile di Samuel è evidente – ma meno commerciale e più maturo e introspettivo.
I punti di forza di questo album sono i testi che si allontanano dalla miseria del pop nostrano alla “chiagni e fotti”, testi ricchi di metafore e argomenti e sound inesplorati finora.

Ci si augura che il lavoro solista di Samuel possa proseguire, con un po’ più di coraggio e nella speranza che possa evitare di coinvolgere altri artisti che possano contaminare con caratteristiche meno compatibili un lavoro che avrebbe meritato più coraggio e meno supporto.

LE PIU’ BELLE: 

  • La risposta
  • Dea
  • Rabbia

LE PEGGIORI:

  • Vedrai
  • La luna piena
  • Più di tutto

Per chi volesse conoscere canzone per canzone il significato dato dallo stesso autore de Il Codice della Bellezza, consiglio la lettura della spiegazione dei brani a questo link, sul sito di TV Sorrisi e Canzoni.

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