Con colpevole ritardo pubblico una recensione di The Post, penultima fantastica fatica del maestro Steven Spielberg. 

Con colpevole ritardo, perché il film è stato presentato con convinzione anche in Italia verso la metà di gennaio; ho avuto anche la fortuna di fotografare il trittico Spielberg – Hanks – Streep, .

Una collaborazione che non può che partorire una perla cinematografica che racconta vicissitudini realmente accadute e che hanno interessato il quotidiano The Washington Post. 

Non sono qui a recensire un film che non ha bisogno della mia approvazione, in quanto non sono nessuno per esprimere il mio parere riguardo un mostro sacro quale Spielberg, ma perché mi sono emozionato nella visione della pellicola.

Mi sono emozionato perché ho sempre lavorato e collaborato con redazioni di ogni tipo. Vedere come era difficoltoso all’epoca partorire una notizia, lottando con la poca libertà, facendo i conti con le difficoltà tecnologiche.

Non lavoro da molto nell’editoria, ma tra poco saranno quasi 10 anni. E l’incredibile facilità con cui si produce una notizia è inversamente proporzionale alla qualità della stessa.

Ci basta lanciare il browser e in due minuti abbiamo pubblicato una notizia, già pubblicata una quindicina di volte da altre testate nostrane, magari copiata da qualche sito straniero e, si sa, non di rado si viene incontro ad un “Lost in traslation…”.

Credo che Spielberg con “The Post” oltre a rendere omaggio alla figura della donna rivendicandone importanza e tenacia, in un momento storico in cui l’eguaglianza tra i sessi dovrebbe essere talmente sottintesa da sembrare ridicola (ma così purtroppo non è) voglia anche rinvigorire la scintilla d’amore verso chi come me ama l’informazione.

Nel corso del film mi ha ricordato quell’atmosfera che si vive in una redazione, quella sensazione di responsabilità che solletica il tuo ego ma che contemporaneamente ti fa gravare sulle spalle una responsabilità enorme. In un’epoca in cui l’analfabetizzazione informatica rende le fake news più importanti di quello che dovrebbero essere, il lavoro di chi milita nell’informazione è ancora più importante.

Le fake news si alimentano di fretta, avidità e ingenuità. E di copia e incolla. 
In questi anni di lavoro nell’editoria, sono troppo pochi i giornalisti incoraggiati a fiutare una pista e pubblicare un contenuto esclusivo.

LA STAMPA SERVE CHI E’ GOVERNATO, NON CHI GOVERNA.

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